IndiceHome Page

RECENSIONI
 
Il quieto mistero dell'entroterra - nella pittura di Mazzarini
di Gabriele Bevilacqua
Articolo tratto da "Cronaca e Attualità"
 

Mauro Mazzarini è un pittore di Montecarotto, autodidatta, che dichiara di cimentarsi con pennelli e tele solo dal giorno in cui un corniciaio lo incoraggiò nel suo lavoro. Abbiamo incontrato l’artista un pomeriggio di novembre, in occasione di una sagra a Serra dé Conti. Fuori i rossi ruggine, i bruni delle querce e i gialli sgargianti dei noccioli, deliziavano gli occhi. Come pure i borghi di mattone e le sparse case coloniche.

Sembrava di essere dentro l’ebbrezza cromatica di un film orientale, dentro quell’otium da slow life che il nostro entroterra sa ancora regalare. A tal proposito il grande architetto De Carlo al Magistero d’Urbino aveva studiato aperture che davano su scorci ‘raffaelleschi’ del paesaggio circostante. Chi passa un po’ distratto può scambiare quelle aperture per dipinti veri. E pensare che ogni anno, solo nelle Marche, si perdono cinquemila ettari di paesaggio per costruire capannoni industriali e nuove abitazioni! Credo importanti queste note per capire l’opera di pittori locali fortemente radicati nel paesaggio umano e naturale, specialmente quando si sente di dover dipingere senza preoccupazioni di critica, di mercato e senza intellettualismi metropolitani.

E in effetti, le opere che qui segnalo non sono il frutto di mode culturali, non siamo ai limiti di un’esasperata visività propria di tanta arte contemporanea. Qui sono solo in gioco i piaceri della vista, del genius loci, del vivere bene con pochi ma essenziali valori: un paesaggio che spazia dai monti della Sibilla al Montefeltro, la striscia d’azzurro, come ideale cornice, dell’Adriatico, il cibo ancora genuino, la strada che si può fare ancora a piedi, la vecchia quercia secolare, i papaveri rossi. Tutto questo provo nella visione delle opere di Mauro Mazzarini. Pitture sgargianti, realismo delle linee e delle forme che sfuma però in una poesia ingenua ma sincera, che ricorda alcune opere del francese Rousseau il Doganiere.

Sono sicuro che la pittura di Mazzarini, la cui attività espositiva è iniziata nel 2003, dovrà ancora maturare in uno stile via via più completo. Eppure tutto lascia intravedere una mano felice, una tavolozza ben assortita, un senso del colore che emerge in sapienti sfumature. Ma, al di là della tecnica, c’è della stoffa, c’è qualcosa da comunicare che pian piano va oltre il buon artigianato pittorico, il bozzettismo oleografico, la captatio benevolentiae dell’osservatore. E’ la ricerca di un proprio linguaggio: i girasoli che diventano icone, i pini ad ombrello che solitari ricordano Carra e una certa metafisica, i viali alberati che sembrano quasi evocare un peregrinare esistenziale, lontano ed appartato, ma più sapiente rispetto ad altre aggregazioni umane (la città, la costa).

L’augurio è che l’artista autodidatta continui ad approfondire la sua ricerca, lasciando però inalterata quella fragranza narrativa, che a fronte di altri inferni espressivi, sappia rendere ancora il sapore del paesaggio nostrano, di una civiltà severa, mite e ben ordinata.